di Gian Luigi Bettoli, presidente di Legacoopsociali Friuli Venezia Giulia
Appartenendo ad una specie particolarmente rara – quella dei marxisti e dei libertari – vivo certi accadimenti contemporanei con altrettanto scandalo quanto malcelata soddisfazione.
Scandalo, per le cose cui mi trovo ad assistere: un clima da basso impero, in un paese la cui economia si è arrestata, mentre i valori di civiltà precipitano e le istituzioni si decompongono. Soddisfazione: perché ne risultano confermate le chiavi di lettura di fondo dei fenomeni, e quindi la dirittura di marcia dell’impegno etico-sociale. Come scrisse Giorgio Ruffolo: il capitalismo ha i secoli contati. Bisogna quindi avere il senso della lunga durata; ma sapere di essere sulla giusta via rafforza la paziente coscienza storica.
Ad esempio, ho sempre pensato che le istituzioni siano attraversate da uno scontro di classe, e non mi sono mai trovato a tifare per pezzi di esse contro altri. Vedi ad esempio le idiozie di chi, invece di parlare di cose concrete, sta a questionare sugli orientamenti di uffici giudiziari, con la stessa prosopopea degli avvinazzati “esperti” di football, appesi al bancone dell’osteria. Così ti trovi politici e giornalisti che discettano quotidianamente di giurisprudenza, tanto non sanno di cosa scrivono ed ancor meno su cosa legiferano. Prova ne sia il livello tecnicamente infimo, universalmente riconosciuto alla legislazione italica contemporanea (non parliamo della sostanza, che è pure peggio). Le istituzioni servono per mediare interessi sociali, in modo democratico e/oppure per dominare e contenere le spinte dal basso (più spesso che l’incontrario). Come scrisse Sant’Agostino, quid sunt magna imperia, detracta justitia, nisi magna latrocinia? Io, da buon cavaliere delle cause perse, sto metodologicamente, epistemologicamente, dall’altra parte. Non conosco l’orientamento di alcun ufficio giudiziario, ma mi pregio di conoscere bisogni, interessi ed aspirazioni di un sacco di gente con pochi diritti ed ancor meno soldi in tasca. E mi considero esclusivamente al servizio di questi “ultimi”, senza dubbio alcuno. Non mi crea particolare sconcerto, quindi, assistere alle sceneggiate di un procuratore della repubblica (le minuscole sono volute, per rispetto della Res Publica) quello di Catania, che in mancanza di nulla, si mette a fare un comizio delirante contro le ONG impegnate a salvare vite dalla morte per annegamento nel Mediterraneo. Condanna a morte decretata cinicamente dalle autorità della Fortezza Europa e da qualche impresentabile politicante locale in cerca di carriera, per non dover andare a lavorare (a chi penso in particolare? a nessuno: di menti lucide di centrodestrasinistra ce n’è un grumo, a causa di Bruce Willis, ma non stonano neanche i primariocandidati di “sinistra” che firmano decreti liberticidi contro migranti e pazienti psichiatrici, oppure gli opportunisti dell’ultima ora, che ieri gridavano contro la Casta ed oggi hanno imparato fin troppo bene la lezione del “dàgli al più sfigato”).
Ma quello che è accaduto in questi giorni alla procura della repubblica di Terni supera ogni limite nella fantasia. Ovviamente lo supera solo per le anime candide.
Accusare una pubblica amministrazione di aver “privilegiato” delle cooperative sociali di inserimento lavorativo (di persone inserite dai servizi socio-sanitari-educativi pubblici, in quanto pazienti psichiatrici, tossicodipendenti, disabili, minori disadattati, carcerati od ex carcerati, e via discorrendo) attraverso, ad esempio, la richiesta che avessero delle sedi locali e, addirittura… inserissero le persone svantaggiate stesse, è un patente esempio di uso politico-economico del potere giudiziario, al di fuori di ogni legalità, oltre che del buon senso.
In buona sostanza: la procura di Terni non accusa il Comune omonimo e le cooperative sociali di avere violato la legge, ma di averla applicata!
La cooperazione sociale, come più volte riconosciuto dalla Unione Europea, che a tal fine ha adattato la sua normativa appaltistica, svolge una funzione sociale pubblica, a tutela delle fasce deboli della popolazione. E la può esercitare solo in rapporto dialogico e di servizio con le amministrazioni locali, a partire dal proprio territorio, in rapporto con i servizi sociali, sanitari ed educativi civici. Attraverso procedure specifiche, che sono state cavillosamente precisate dalle legislazioni europea, nazionale, regionale, dai pronunciamenti dell’AVCP e dell’ANAC, e codificati – come nel caso ternano – in delibere di indirizzo degli enti locali. Processi laboriosi, che da un quarto di secolo hanno stabilito precedenti di grande complessità, al cui confronto le proroghe imputate al Comune di Terni appaiono ridicole, se paragonate al complesso di ritardi normativi e procedurali che riguardano il complesso del “sistema Italia”.
Il caso di Terni, in questo contesto, è un esempio virtuoso, cui mi onoro anche di aver modestamente, e marginalmente, contribuito, attraverso la testimonianza in loco della primigenia esperienza friulano-giuliana di promozione della cooperazione sociale. Anche in quel caso: ci volle non meno di un anno, la prima volta, per ottenere il riconoscimento degli internati nel manicomio di poter essere soci di una cooperativa. Domanda retorica: tutte le vite rubate dalle istituzioni e dalla malasanità e malaassistenza, tutti i redditi non percepiti dagli “ultimi”, tutte la famiglie distrutte per la mancanza di risposte, tutti i senza lavoro suicidi, tutte le madri di famiglia che si sono dovute prostituire per garantire un boccone ai propri figli, non sono cose che interessano alla magistratura?
Vogliamo chiarire un aspetto particolare: non riteniamo in assoluto negativo il ruolo della Magistratura – quando fa il suo lavoro – nelle vigilanza sulla cooperazione. Troppe vicende scandalose hanno resa evidente la necessità di incidere il bisturi in fenomeni degenerativi, che sono innanzitutto antagonisti della stessa autogestione cooperativa.
Cooperazione è democrazia economica, liberazione dal dominio capitalistico, anteposizione di interessi collettivi alla speculazione privata. Per questo non è tanto grave che siano emersi fenomeni di illegalità cooperativa, quanto che queste stesse vicende abbiano posto in secondo piano un fenomeno degenerativo che non è meno grave, ma è innanzitutto politico. Intendiamo fenomeni di concentrazione aziendale che privilegiano strutture tecnocratiche sulla democrazia sociale; pratica aziendali non socialmente responsabili; gli stessi trattamenti economici dei gruppi dirigenti (non è accettabile che managers cooperativi possano ricevere liquidazioni milionarie!).
In buona sintesi: che ci siano ladri tra noi, lo ritengo grave ma inevitabile (siamo umani, e mica tutti lavorano per la Causa); che ci sia una sostituzione del pensiero capitalista a quello mutualista ed autogestionario, lo ritengo inaccettabile.
Comunque, in termini politici, quella di Terni non è un’inchiesta (come ce ne sono, e debbono esserci, ogni qual volta ci sia una malversazione) ma un vero e proprio colpo di stato. Una sovversione “dall’alto” in cui viene
revocata la legalità e messa in discussone la responsabilità delle istituzioni politiche. Ciò testimonia del clima da cambio di regime di questo paese: come al solito, il vuoto della politica viene occupato da altri. Visti i cambi precedenti, potremmo pure disinteressarci del quadro politico e dei patetici personaggi che cercano di costruirsi carriere sul destino degli “ultimi” (Tra l’altro, siamo noi del Pd? Ma quando mai, alla larga! E’ da anni che rileviamo come, più spesso di quando si creda, ci sono amministrazioni di centrodestra più attente al sociale di quanto lo siano i loro antagonisti). Ma del destino di queste persone concrete, già svantaggiate di loro, e per soprammercato vittime sacrificali di iniziative scandalose, non possiamo disinteressarci assolutamente.